Intervista a Laura Bortoloni

Per capire meglio l’evoluzione e i progressi della digitalizzazione dei nostri artigiani e delle PMI italiane inauguriamo un ciclo di interviste ai nostri coach; gli esperti che guidano ogni giorno i protagonisti del progetto nel loro percorso di innovazione.

Laura Bortoloni lavora come designer. Dirige uno studio di comunicazione visiva e ama i processi tanto quanto i risultati. Progettare per lei significa costruire significati: ha ideato sistemi di identità visiva per la cultura, il nonprofit e l’impresa. Coniugare questi mondi è un preciso dovere specie in un contesto polarizzato come è l’Italia, in cui troppo spesso la parola “cultura” esce dalle dinamiche aziendali.

2. Secondo te quanta innovazione c’è in Italia?
La quantità è un parametro di misurazione rischioso. Le esperienze che ho fatto mi mostrano un’Italia in cui l’innovazione si distribuisce a macchia di leopardo. Ci sono picchi – non solo logisti, anche temporali – in cui si clusterizzano potenzialità, volontà e atteggiamento culturale. Al civico 2 della stessa strada si può entrare in un sistema all’avanguardia, mentre al civico 4 sembra di entrare in un film girato negli anni settanta. Persino una stessa persona a volte può vivere di contesti opposti; magari al mattino lavora in un ambiente ingessato, in cui deve rispettare regole non scritte ma datate a decenni fa, e magari la sera si trova a operare come volontario in un’associazione in cui la velocità mentale e di pensiero sono decuplicate. Tanto per fare un esempio.

3. Quali sono i benefici che l’innovazione può portare all’interno di un’azienda?
Cambia la motivazione delle persone che ci lavorano, a tutti i livelli. E questo significa che cambia tutto. Se ogni membro di un gruppo percepisce che sta operando per un cambiamento, e che ogni sua azione ha senso, questo è il tipo di rivoluzione più significativa che si possa fare. Più di un nuovo macchinario o un nuovo processo.

4. Qual è l’atteggiamento che le imprese assumono nei confronti dell’innovazione? Quali difficoltà hai riscontrato?
Gli atteggiamenti negativi che ho incontrato più spesso si basano sempre sulla paura. Paura di cambiare una modalità di azione, magari non più efficace, che però comunque ha funzionato a lungo e dà ancora dei risultati, per quanto stanchi. Le aziende pensano – spesso a ragione – che il lusso di poter sbagliare sia qualcosa che non ci si possa concedere. Io ho una formazione da designer e non posso pensare che ci sia innovazione senza sperimentazione, e – quando si prova a fare qualcosa di nuovo per la prima volta – spesso si sbaglia. Tutti siamo caduti dalla bicicletta imparando a pedalare. La aziende hanno spesso marginalità così strette che apprendere attraverso questi processi appare come un rischio inaffrontabile. Non c’è però altro modo.

5. Cosa hai e stai imparando dai progetti che ti sono stati affidati a Botteghe Digitali?
Botteghe Digitali per me, che non ho una formazione né da manager né da economista, è una scuola preziosissima. La sfida per cui mi sto impegnando è tenere a registro il sistema, in quanto la costruzione di queste Botteghe Digitali si appoggia su equilibri in cui il peso di ogni azione ha senso se orchestrato nel progetto generale.
Tutti gli artigiani che ho conosciuto hanno in comune tenacia e una volontà di ferro. Alcuni di loro non hanno alle spalle percorsi aziendali, e talvolta sono impulsivi; sto imparando a conoscere queste dinamiche e provare a orientare le loro energie in modo utile.
Nella scorsa edizione ho lavorato con un’azienda del settore eyewear; ho visto con i miei occhi quanto sia importante che un’organizzazione condivida lo stesso lessico e attribuisca significati condivisi a parole e processi.
Quest’anno sto lavorando con due artigiani molto diversi. Da Maurizio di Brema Wood sto imparando il valore dell’entusiasmo – non ce n’è davvero mai abbastanza e lui ne ha da travolgerti. Da Barber Mind sto imparando che si deve essere contemporaneamente lucidi e sognatori.

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