Intervista a Barbara Bonaventura

Per capire meglio l’evoluzione e i progressi della digitalizzazione dei nostri artigiani e delle PMI italiane inauguriamo un ciclo di interviste ai nostri coach; gli esperti che guidano ogni giorno i protagonisti del progetto nel loro percorso di innovazione.

Barbara Bonaventura è un’imprenditrice seriale. Accanto a soci preparati come lei ha avviato diverse aziende nell’ambito della tecnologia e della consulenza aziendale. Oggi la sua attività si chiama Experenti, una multinazionale tascabile dedicata alla mixed reality (realtà aumentata e realtà virtuale).
Le sue aree di specializzazione sono il marketing strategico, il lancio di startup e i processi gestionali AGILE.

1. Secondo te quanta innovazione c’è in Italia?
Sulla carta tanta, in realtà molto poca.
L’Italia è un paese di sognatori e quindi le idee – anche buone – non mancano.
Quello che ci manca è la messa a terra di tali idee che spesso non vengono realmente realizzate e testate. Parlando con il gergo da startup, manca l’execution cioè la parte in cui si costruisce davvero la soluzione innovativa.
Quindi, spesso ci troviamo di fronte ad innovatori ‘da salotto’ che ne parlano tanto, ma dove di sostanza ce n’è poca.
In aggiunta, c’è davvero tanta confusione attorno al termine ‘innovazione’. Se parliamo di aziende, dobbiamo renderci conto che l’innovazione può coinvolgere tutti gli aspetti della creazione del valore. Spesso ci si focalizza su aspetti di comunicazione di prodotto, quando i vantaggi maggiori si possono avere sulla semplificazione delle attività e sullo sviluppo di performance non facilmente copiabili dalla concorrenza.
Infatti, ricordiamoci uno dei metodi migliori per capire se si sta davvero innovando è vedere quanti provano a copiarci.

2. Quali sono i benefici che l’innovazione può portare all’interno di un’azienda?
Rovescerei la questione dicendo che le aziende che non innovano sono destinate a scomparire dal mercato competitivo.
Il saper proporre un prodotto / servizio distintivo poggia sulla capacità di adeguarsi in modo veloce all’evoluzione dei desideri del proprio mercato e quindi di proporre soluzioni con continue innovazioni.
Quando si pensa all’innovazione, perlopiù si pensa a quelle che vengono definite ‘innovazioni distruttive’ a quelle cioè che cambiano le regole del gioco. La maggior parte delle vere innovazioni – e su queste noi italiani siamo davvero abili – sono quelle ‘continuative’ cioè quelle legate al miglioramento continuo. Se ne parla meno, ma sono percorsi che producono valore tangibile e costruiscono legami reali di fiducia coi propri mercati.

3. Qual è l’atteggiamento che le imprese assumono nei confronti dell’innovazione? Quali difficoltà hai riscontrato?
L’innovazione, soprattutto quella di rottura, ha un grande fascino. Spesso però la relazione finisce al primo appuntamento.
Per innovare, ovviamente si deve essere disposti a cambiare.
Cambiare metodologia, cambiare approccio, cambiare l’operatività.
Chi si occupa di innovazione, in realtà deve essere pronto a gestire le resistenze al cambiamento che se non sostenuto davvero dagli stakeholders del processo è destinato a fallire.
La vera sfida è quella di convincere che ‘ne vale la pena’ e questo processo di persuasione deve coinvolgere tutti i componenti del cambiamento dando visibilità sulle azioni e condividendo i risultati ottenuti.

4. Cosa hai e stai imparando dai progetti che ti sono stati affidati a Botteghe Digitali?
Per me questa è la seconda edizione di Botteghe Digitali. Rispetto alla prima ci sono stati diversi cambiamenti che hanno tenuto conto dei risultati raggiunti.
Le mie attività di consulenza sono sempre state rivolte ad aziende strutturate spesso multinazionali. Quindi, lavorare con botteghe artigiane è stata un’enorme sfida.
In realtà, si tratti grandi imprese o piccole realtà le esigenze sono pressoché le stesse: differenziarsi dalla concorrenza attraverso un’offerta per cui i nostri clienti siano disposti ad aprire il portafoglio.
La vera differenza sta nella consapevolezza che l’Artigiano non crea solo prodotti/servizi, ma in ogni pezzo mette anche un po’ di sé stesso.
Questo comporta che per loro è davvero difficile accettare osservazioni, critiche e suggerimenti. Si deve procedere per piccoli passi.
Lavorare con una bottega artigiana significa ‘entrare’ nella vita di una persona e molto probabilmente entrare nella vita di una famiglia il che richiede molta delicatezza e rispetto.
Di contro, una volta costruita una relazione di fiducia reciproca si può iniziare a correre ad una velocità irraggiungibile dalle imprese strutturate.
In questa seconda edizione, stiamo lavorando con 10 + 1 botteghe che a mio avviso offrono uno spaccato molto realistico di un Italia con un grandissimo potenziale perlopiù nascosto.
Il format di Botteghe Digitali è da molti punti di vista ‘rivoluzionario’ in quanto vuole accelerare un settore che per definizione è ‘slow’ cioè lento e meditato.
Ad esempio, l’inserimento di procedure automatizzate di produzione – come nel caso di NoMade Boards – potrebbe sembrare un ridurre la componente ‘di fatto a mano’ che caratterizza tutte le loro creazioni. In realtà, questo permetterà di rendere ancora più personalizzate ed uniche tutte le tavole, unendo al sapere artigiano anche l’emozione del cliente.
Dall’altro lato con Gabbiani Venezia, utilizzeremo tecnologie di frontiera – augmented reality – per fornire un certificato di qualità e origine che non solo attesti la provenienza delle creazioni, ma permetta ai clienti distribuiti nei cinque continenti di vivere la magia del vetro di Murano.

In sintesi, stiamo lavorando per creare una nuova tipologia di artigiano italiano pronto a farsi amare – e comprare – in tutto il mondo.

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